CHI E’ MAX T.?

Chi è Max T?

 

I. INTRO

Di certo viene da lontano, misura la sua attesa in secoli. E ci porta interrogativi che ancora oggi ci poniamo. Per ora è un’idea, uno tzunami silenzioso e lungo che procede in direzione delle nostre coste, delle nostre quinte.

Max T è un uomo, forse. Di certo un personaggio. Arriverà ad ottobre, ma già questa primavera lo vedremo fare capolino sul nostro orizzonte e se staremo attenti potremo iniziare a sentire la sua voce.

Il tempo di un naufragio, il tempo di misurare il passo di un sipario, di ritrovare casa.

Dopodiché potremo iniziare a fargli domande.

 

II. Max’s coming out

Niente di particolare, semplicemente e’ arrivato abbastanza vicino a uno scoglio per trascinare la sua carcassa in un posto meno umido. Tira fuori da una tasca il sacchetto di plastica col quale ha cercato di proteggere le sigarette e l’accendino dal mare. Guarda l’orizzonte che corre per 360 gradi senza variazioni di rilievo, è quasi più piatto dei pensieri che lo stanno attraversando. Fuoco, fumo, poi una boccata di sale rarefatto al gusto di liquirizia. Il fatto è che non ha nemmeno idea di quale idee pensare così in fondo è quasi contento di non riuscire a vedere nemmeno uno schizzo di foglie, una pennellata beige di sabbia, un’ipotesi di villaggio o città o porto. Tantomeno di uomo. Meglio così, pensa, Non saprei davvero cosa dire.

 Per mia colpa, mia colpa, mia Max…ima colpa. Nomen omen, ce l’ho addosso come la scabbia, il peccato. E così, un uomo seduto sulla punta di una montagna così sfacciata da non sapersene stare sotto il mare diventando isolotto; un uomo vestito di stracci con in bocca una sigaretta umida che butta fuori un fumo quasi azzurro… Insomma quell’uomo non può fare altro che confessarsi ai granchi.

 Mi chiamo Max, dice, E ho poco più di questo. Ho perso un regno. E quel che è peggio, la voglia di riprendermelo.

 Spegne la sigaretta che sfrigola sullo scoglio, si alza per tornare a naufragare, Ma no,pensa. No. Resta col culo a mezz’aria, le gambe piegate, le spalle in avanti mentre quello che avanza delle sue ossa  trema specchiandosi sul pelo dell’acqua. Si risiede. D’accordo, ti diro’ qualcosa di me.

 Il mare si gira dall’altra parte o forse fa finta; in realtà è cambiato il vento e i gabbiani dicono che mettera’ tempesta. 

III. Apolide, Athalassico

Se scegliessi di cadere in mare, chi mi raccoglierebbe, chi mi trarrebbe in salvo dal barcone della mia pelle inspessita dal sole?

Non sono un profugo, poiche’ non ho direzione, ne’ fuga. Nessuno avrebbe pieta’ di me. Non sono un invasore, poiche’ non ho armi se non il mio odore di salsedine e burrasca. Nessuno avrebbe paura di me. E nemmeno sono un viandante, poiche’ non ho voglia di scoprire ma solo di dimenticare. Nessuno sarebbe curioso di me. Quel che e’ peggio, ho perso un regno e non ho la voglia di riprendermelo. Nessuno avrebbe invidia di me. Ne’ alcun interesse ad accudirmi, mostrarmi come feticcio del proprio Sacro Spirito di Accoglienza, spendermi come merce di scambio politica. Non sono, semplicemente. Nemmeno Parmenide allungherebbe la sua mano per farmi salire sulla motovedetta. Insomma non appartengo, non ho terra; in fondo nemmeno mare, casomai lui, mi ha. In fondo, cosa conta se sono stato scaraventato giu’ dal trono come un incubo trascinerebbe giu’ dal letto un uomo? Cosa conta, se non sono stato io ad andarmene senza protestare, dal momento che non ho opposto resistenza? Sono infatti colpevole come i miei usurpatori. Li ho tollerati in nome della tolleranza e accolti in nome dell’accoglienza, e tolleranza ed accoglienza erano una bella veste intorno alle mie carni marce, una cascata di profumo sulla corruzione e la stanchezza dei miei anni. Dogmi vuoti, surrogato di alte e altre  idee, prospettive. Forse meglio avrei fatto a tollerare e compatire e curare i miei confini, i miei dolori, i miei piu’ profondi convincimenti. Operare un po’ di bene, solo un poco di bene, senza pensare che il bene sia tale solo se compiuto e goduto. Il bene e’ del resto il seme di frutti colti da altri. Ho preferito che tutto crollasse, piuttosto che rimodellare le crepe, resistere, affermare. Dio non mi fara’ morire troppo presto. Non lo merito. Non merita di morire chi si lascia calpestare in vita.

Questo medita Max T., mentre il suo regno e’ ormai in mani straniere e quelli, con la sua tolleranza, stanno intasando le cloache, cagandola dopo aver divorato la tolleranza e tutto cio’ che, indifeso, essa gli ha dato in pasto. Per questo regneranno a lungo. Ma Max non ci pensa gia’ piu’. Sebbene non stia per sua ammissione andando, viaggiando verso, fuggendo, visitando, assediando insomma stia assolutamente non-agendo, in qualche modo, semplicemente vivendo, necessariamente sta per diventare qualcosa di nuovo. La tempesta e’ dietro di lui, cosi’ le navi e il trono. Costretto a sopravvivere, poiche’ Dio non permette di morire a chi gli sfugge, cerca con lo sguardo un millimetro di terra lungo l’orizzonte. Forse spera. Si getta in acqua e, Ecco, pensa, A dire il vero, qualcosa sono. Sono il mare e, al contempo, il naufrago che vi annega dentro. 

 

 IV.  LA TRANQUILLA UMANITA’ (MAX T. HA UNA FIGLIA)

Qualche miglio in la’ il mare e’ sempre lo stesso, del resto chi potrebbe dire qual e’ l’ultimo atomo dell’ultima goccia dell’ultima onda che separa un oceano dall’altro? O dove finisce l’ereditarieta’ di un padre e inizia l’unicita’ di una figlia?

Fatto sta, siano essi un’unica cosa o meno, nello stesso mare (se poi il mare e’ ovunque lo stesso) stanno comunque naus-fragando. Lui, Max T., infastidito per essersi scoperto improvvisamente dotato di una direzione, per quanto liquida e vorticosa, ma d’altra parte chi ha detto che la linea retta e’ il tratto piu’ veloce tra due punti o se piuttosto due luoghi geometrici di una vita sono necessariamente uniti da una curva lossodromica, piu’ sensata di una prosaica linea retta, conseguendo cio’ che alla fine anche chiunque fugga si trova ad andare da qualche parte e, in questo modo, e’ chiamato a trovare in questo un senso o, meglio, attraverso il pretesto di un senso, esperire; lei, chiamiamola M. per brevita’, poi le daremo un nome a tempo debito, che sebbene meno consapevole del padre, di certo non e’ meno tormentara di lui, ne’ meno interrogativi si pone sulla propria sorte, dal momento che esistono infiniti livelli di coscienza e tutti parimenti necessari e dignitosi e forse in una o piu’ vite siamo chiamati a salirli tutti come gradini di una scala che, quanto piu’ si fa stretta nelle sue volute, quanto piu’ fine e’ il passo e l’angolo di virata, tanto piu’ l’esperienza da’ il capogiro e maggiore e’ la sofferenza.

Con questo non si vuol dire che Mi, chiamiamola in tal modo per concedere un po’ piu’ di profondita’ al suo nome e maggiore prospettiva al suo personaggio, soffra poco, ma solo che soffre, per cosi’ dire, male. A meta’, insomma piu’ per le circostanze che per le ragioni che le hanno prodotte e, tanto meno, per tutta la ridda di filosofie che una scala un po’ piu’ stretta la costringerebbe ad associare ad esse, ragionando su di se’ con la distanza che separa la sensazione dal pensiero puro.

Cioe’, Mi e’ incazzata nera, strappata dalle sacre stanze e gettata ai pesci. E’ incazzata per la nostalgia della conchiglia confortevole dentro la quale e’ cresciuta, ora che le conchiglie che incontra sul raro scoglio dove e’ approdata sono meno grate, graffiano e tagliano. E’ incazzata e maledice la sua schiatta nobile che la ha illusa di una vita necessariamente votata alla tranquilla umanita’, ossia quello stato senza infamia e senza lode nel quale non si e’ costretti a subire gli strali della sorte avversa, ne’ godere di dolenti pulsioni mentali per cui, all’insoddisfazione di una indagine senza fine, si lega indissolubilmente il piacere della ricerca che quanto piu’ procede, tanto piu’ trascina l’intelletto in una rovinosa caduta nella speculazione.

Insomma, Mi aveva una vita inutile, sebbene sia difficile definire inutile anche la peggiore delle sventure, molti infatti considerano il polistirolo in un pacco dono al pari del bene prezioso che protegge e cosi’ vite intere o porzioni di esse beatamente piatte sono preludio prima e condizione scatenante poi di piccoli ma intensi bagliori che riempiono retroattivamente di significato tutta un’esistenza.

Mi e’ piu’ o meno a questo punto. Ancora non lo sa. E pur senza saperlo, forse e’ per questo che, su uno scoglio qualche miglio piu’ in la’ di quello del padre (ma potrebbe essere l’altra vetta di una medesima montagna sottomarina, perche’ tutti -mare, persone o monti – siamo nulla senza tutto il resto), per questo, si diceva, Mi s’incazza.

 

V. LA FIGLIESSA (ovvero, PRECISAZIONI A MEZZO STAMPA)

Sono giunte in redazione lettere di protesta nelle quali chi ci segue ha sottolineato come l’immagine di Mi tratteggiata nel precedente intervento risulti appiattita sullo stereotipo della svampita mantenuta,  adombrando un un profilo privo di personalita’ che ricalca un modello tradizionale, paternalistico e vetero-maschilista della donna.

E’ vero.

Tuttavia ci si permetta di ribadire come quella del personaggio non sia altro che una ‘maschera’, le cui connotazioni caratteriali e psicologiche sono esclusivamente funzionali alla vicenda narrata. E’ infatti, questa, opera di fantasia che trascende la realta’ del quotidiano e di fronte alla quale (in ossequio alla sua natura di espressione artistica) andrebbe adottata la necessaria separazione del giudizio etico da quello estetico.

 (DAL TELEGIORNALE DI TELE.MAX.T, ED. DELLA SERA, 14/3/2015)

Ma siccome la prima idea che viene in mente di fronte alla pagina bianca va scartata, cosi’ come ad un attore conviene sempre superare il pregiudizio sul personaggio che una prima lettura del copione gli suggerisce, dovendo invece sia lo scrittore che l’interprete del dramma scavare l’uno nel quotidiano (per dare vita alla sua creatura in modo credibile e completo), l’altro addentrarsi nelle motivazioni del primo (per rivendicare in nome del soggetto descritto una tridimensionalita’ di pensiero e azione), diamoci tempo e modo di aprire quella che Frassica chiama ‘una parente’, cosi’ definita sia per la natura piu’ comica di questo capitolo, sia per la familiarita’ che ormai riconosciamo alla povera naufraga.

Prima breve parentesi alternativa, dunque:

(Cosa importa se questo scoglio maledetto ha reso le mie calze una cosa sola con la carne, graffiandomi e lacerandomi, e una la carne con alghe e sangue, pensa Mi, Che importa? L’unico specchio che rifletta il mio narcisismo e’ quello del mare e il mare ti restituisce sempre un’immagine fatta di schegge e coriandoli, irride ogni sforzo, ogni tensione all’unita’ e ad una idea di se stessi se non perfetta almeno perfettibile. Il mare ti scompone in numeri primi, divisibili solo per uno (la mia solitudine) e per se stessi (la mia vanita’), al punto che quando mi cerco e cerco conforto, una risposta alla domanda ‘Sono?’ e ‘Se si’, chi?’, l’unica risposta che mi si concede e’ un ritratto impietoso

                                  PrimiFinoA1000

 

che mi infonde il dubbio se posso dirmi un meraviglioso scrigno di pulsioni da assemblare e combinare nel viaggio della vita, come se tutto abbia fine e scopo, o piuttosto un casuale agglomerato di polvere di stelle, il miracolo della materia che l’evoluzione del cosmo ha condotto -condannato- a raggiungere coscienza e, in essa, trarre l’illusione dell’immortalita’. Meglio forse essere un legno svampito, trascinato di scoglio in scoglio. Meglio forse sciolgliersi al sole, al piu’ presto.)

 

Seconda parentesi alternativa:

(Saranno soddisfatti quei porci sciovinisti, pensa Mi, A sapermi impotente sotto il sole a picco di agosto, lontana dal Castello. Poiche’ certo temevano che non fosse sufficiente spodestare il Padre, ma anzi pensarono necessario (nel timore violento che il maschio nutre nei confronti della femmina, libera di procreare e di fatto, per questo, ‘eterna’, nonche’ capace di estendere tale creativita’ anche alla storia, ribaltando schemi arcaici e bestiali, compromettendo il dominio del capobranco e sovvertendo antichi equilibri) liberarsi anche della figlia. Anzi, della Figliessa, poiche’ (Moretti docet) le parole sono importanti. Il loro scoramento e’ tutto nella vanitas di potere dell’uomo; la loro piu’ grande paura, la perdita del controllo, come se la storia si potesse in qualche modo controllare. Cosi’ il loro maggior successo e’ aver dato ai pesci la principessa, anzi la Principa, il cui potere nulla ha da spartire con le cariche e le prerogative riconosciute dal diritto e dalla posizione, ma dalla natura stessa. Di fatto non invento un nuovo vocabolario, piuttosto restituisco al mondo quello scritto nel codice di Eva e di tutte le regine, pardon, le reesse che l’hanno succeduta. Usando parole scordate, si puo’ reiventare la storia e ristabilire i giusti equilibri. In questo hanno ragione i maschi: la parita’ non esiste.  Noi siamo superiori, cioe’ superiore. La parola genera la realta’ e la cultura.)

Fine delle parentesi alternative. Sebbene dotate di maggiore introspezione o di coscienza di genere, queste Mi non ci servono, perche’ se scegliessimo di adottare il soggetto nelle forme alternative suggerite, ci troveremmo di fronte a un individuo risolto, inutile rispetto all’esigenza di cercare quel conflitto e quella promessa di formazione e crescita che ogni vicenda e, all’interno di essa, ogni personaggio, necessariamente devono poter offrire.

Per questo ci piace pensare che Mi sia una creatura tutta in potenza e per concedere quella maggiore prospettiva di cui si e’ parlato l’altra volta, le riconosciamo un respiro piu’ ampio, chiamandola Miry. Del resto, le parole sono importanti… 

 

VI. RADICI

Ci sono svariati modi di essere schiavi. Quello prosaico e sottovalutato della schiavitu’ fisica, che attraversa la storia come una lama nella carne, una servitu’ fatta di covenienza e silenzi, galere in mezzo all’oceano verso nuovi continenti, sale&sudore, oppure plasmata su lunghi marciapiedi battuti da tacchi, quando ancora non fa buio e fino a quando ancora non fa chiaro, notti di banconote e mariti insoddisfatti, principesse scartate e principi trasformati in regine di silicone. C’e’ la schiavitu’ velata e nascosta dietro una maschera semprallegra, valutabile in centesimi e frazioni d’euro, bugia dietro la verita’, la chiamano democrazia ma e’ solo la liberta’ di comprare, fine-settimana in megastore, Quella e’ proprio la borsetta, la macchina, il piano tariffario di telefonia mobile che tanto desideravo!

 In fondo, tutto e’ P.O.S.-sibile.

Poi c’e’ la schiavitu’ del lavoro frainteso, che non nobilita quasi mai, che vale piu’ di quello che costa a chi lo paga e costa piu’ di quello che vale a chi lo presta, perche’ non c’e’ metro per misurare otto ore, cioe’ tutta la vita di veglia, vincolata ad una disponibilita’ permanente.

Ancora, la schiavitu’ dei complessi, dei freni inibitori; quella del consenso e delle opinioni, quella della mancanza di giudizio; quella del disinteresse o del troppo impegno, quella delle passioni che trainano anziche’ essere addomesticate.

E poi ci sono le schiavitu’ narrate; ricadono nelle categorie elencare ma prendono l’odore della stampa e della carta. Servono per raccontare altro. Ad esempio la storia di un’ombra d’uomo (o quasi) che, in piedi sulla battigia fresca e fsshhhh compatta al ritmo fshhh dell’onda, scruta l’orizzonte e si domanda, ovviamente con altre parole e forse solo col pensiero mal articolato del primitivo, Se non erro mi corre l’obbligo affermare che si’, anzicheno, lungo l’orizzonte, su quei due scogli che altro non sono che denti aguzzi emersi dalle gengive molli degli abissi, appunto anzicheno su tali speroni equidistanti tra loro tanto quanto lo sono entrambi da quest’isola, si macerino al sole due figure che non esito a definire umane, parmi invero l’una dal profilo ricurvo di un vecchio, l’altra invece una composta ed esile silhouette di donna. Questo pensa l’ombra e fshhh l’onda pare rispondere che si, quelli sono naufraghi, anzi, Fshhhhquelli fsshono naufraghishhhh, che nemmeno sanno di esser cosi’ prossimi alla riva, se solo si voltassero, chissa’ cosa stanno pensando, forse bestemmiano Dio e la tempesta che li ha presi, forse, e dire che basterebbe allungare lo sguardo per trovarsi, oppure voltarsi e scoprire l’approdo.

Ma del resto funziona sovente cosi’, siamo schiavi dei nostri limiti, altra caregoria di cattivita’. Basterebbe rinunciare a un briciolo di se stessi per trovare la propria strada. A questo, anche a questo pensa l’ombra sulla spiaggia, incerta se temere l’invasione o imbandire la tavola con due posti in piu’, Se solo si svegliassero, pensa, Potrebbero essere qui per cena. Nel dubbio, vado a preparare, anzicheno.

L’ombra si volta e si affretta alla capanna. E’ di nuovo sola, sebbene per poco. Si chiama Calibano, indigeno e schiavo, ma non lo sa ancora.

 

 VII. PENSIERI, PAROLE, OPERE, OMISSIONI…

Se non fosse che non si muove quasi, quella potrebbe essere mia figlia, pensa Max T., mentre strozza l’ennesimo slancio verso l’acqua. In effetti Miry e’ sempre stata frenetica, fin da piccola, come percorsa da una sottile e continua scarica elettrica, insomma un nervo scoperto, un’antenna pronta a captare le minime variazioni di umore che alterano la quiete della casa; un ago di bilancia perennemente insoddisfatto, indeciso su quale tacca posizionarsi e dunque incapace di dare il giusto peso alle cose. Poco male, ha altre qualita’. No, pensa Max canticchiando, No, non puo’ essere lei.

Se non fosse cosi’ intenta a specchiarsi nel mare come una Sirenetta, intona Max, Solenne come un’opera d’arte, capace di riempire l’intero orizzonte che sta contemplando con la stessa personalita’ con cui un soprano navigato colma la scena mentre, seppure immobile, abbraccia e raccoglie scena, platea e galleria in un unico arco di pura intenzione, quella potrebbe essere mia figlia. Ma Miry ha altre qualita’ – forse -, non certo quella di lasciare che una domanda guadagni in lei sostanza a sufficienza per battezzarsi pensiero e che in quanto pensiero, impalpabile collante di cause ed effetti, avvii percorsi che si diramino e generino ad ogni nodo, ad ogni dialettica o contraddizione svelate, altri germogli, ragionamenti che si sdoppiano e le cui derivazioni figliano nuove alternative, in progressione geometrica, fino al punto di far dimenticare il punto di partenza, restituendo in cambio inattese prospettive di riflessione. Insomma e’ necessario perdersi, per ritrovarsi. Ma Miry non e’ fatta per questi percorsi, le sue delicate calzature frequentano corridoi senza pendenze; i suoi pensieri, dinamiche molto piu’ figurative. Miry non e’ astratta, tanto meno surreale, poiche’ il sogno e’ troppo impalpabile e non serve a scegliere come abbinare i colori di scarpe e vestiti, anche perche’ i sogni sono notoriamente in bianco e nero. Ma Miry ha altre qualita’, pensa Max, E le ha talmente trascurate per tutti questi anni che di certo, al momento giusto, esploderanno con una freschezza inarrivabile, se e’ vero che nulla piu’ dell’ignorare le cose le rende semplicemente inesistenti e pertanto, relegate nel non essere, si conservano incorrotte.

In realta’ un padre non potrebbe avere pensieri piu’ lusinghieri per una figlia. Parimenti, Max T. non saprebbe essere piu’ preoccupato per Miry di quanto non lo sia per se stesso, ne’ la propria autocommiserazione potrebbe essere maggiore, tradotta come e’ usualmente in lamenti gutturali, sbuffi spazientiti, mugolii, maledizioni, imprecazioni, ora sullo scranno scomodo dell’isolotto, allora sul trono di Milano. E’ questo il punto: pensieri, opere, parole. Le cose che si dicono. E Max, degno padre di Miry, come lei non ha saputo spesso dare il giusto peso alle cose, cosi’ lui non ha saputo mai darlo alle parole. Brutto affare. Chi parla male, pensa male; chi pensa male, si comporta male. Transitivamente, le parole informano la realta’ e il nostro modo di essere. Sgorgano da un impulso, un ingorgo di sinapsi, condensano e si rapprendono intorno ad una immagine, rotolano tra gangli di materia grigia, bianca, insomma poltiglia, passano in un attimo dalla mente allo stomaco, risalgono strappando al diaframma un singhiozzo e il singhiozzo e’ un balbettio, un tentativo; si fanno simbolo, immagine, dunque pensiero ma nel tragitto alla mente raccolgono nervi e tendini, squotono il corpo intero, cambiano il modo di camminare, l’attitudine, l’approccio. In sostanza ci muoviamo come parliamo. Chi parla male, dunque, zoppica.

Max sta pensando che non ha abbastanza spazio per zoppicare e si domanda quali parole sbagliate potrebbero peggiorare ulteriormente la situazione. Cosa ci potrebbe essere di peggio di un rutto di terra solidificata, scivolosa d’alghe, popolata da granchi tristi? Forse starci male sopra. C’e’ infatti un giusto modo di stare, pur seminudi, infreddoliti, scoraggiati, anche su uno sperone di roccia. Appunti per il futuro, pensa Max.

Si’, non fosse che non si muove quasi, quella potrebbe essere mia figlia, Max inizia a sbracciarsi senza emettere un fiato, non sia mai che gli vengano fuori le parole sbagliate, potrebbe correre il rischio di sbracciarsi male.

 

VIII. TISSOTROPIA, PORTAMI VIA….(che non ho voglia di pensare)

Se non fosse che si agita troppo, pensa Miry, quello potrebbe essere mio padre, ma mio padre e’ solido come la roccia, lui non si scompone nemmeno quando si stira, lui sbadiglia dentro, figuriamoci se potrebbe mai mulinare le braccia a quella maniera, pensa, Al massimo ordinerebbe al Ciambellano di farlo al posto suo. No, probabilmente si tratta di un albero di una specie acquatica, magari una mangrovia. E mio padre non e’ mai assomigliato ad una mangrovia, casomai a una quercia.

A Miry fa male un piede, senza accorgersene si e’ ferita coi denti aguzzi dello scoglio e cosi’ il vestito lacerato e zuppo che la avvolge come una seconda pelle si colora di rosso appena sopra il tallone; sembrerebbe quasi che il sole le tramonti sotto i piedi – del resto si e’ detto che e’ una Principa -, non solo per l’alone di fuoco che si allarga sul tessuto come se volesse ingoiarlo, ma anche per quella sensazione di bruciore che originando da un solo punto si muove lungo i nervi della gamba, salendo fino al cervello, dove rimbomba con lo stesso suono del sole che si spegne in mare, un bracere che sfiata e rimbomba, mentre l’oceano le si vaporizza in testa con un fischio insopportabile. Insomma le fa male.

No, non e’ lui, pensa Miry, Mio padre non si scioglie, non cambia di stato; non dico per sublimare ma anche solo per arrestarsi a un passo intermedio, limitandosi a passare dallo stato solido a quello liquido, gli occorrerebbe un miracolo. O uno di quegli esperimenti di chimica che il mio pedagogo si divertiva tanto ad alternare alle noiosissime lezioni di latino e greco. Come si chiamava quel fenomeno?, Miry cerca di ricordare senza riuscirvi, troppo pungente il dolore al piede, eppure proprio il dolore, poiche’ spesso o quasi sempre e comunque necessariamente da un male si trae il bene, le corre in soccorso ravvivando nella sua mente quel ricordo andato e che ritorna ora come uno sfarfallio d’arcobaleno, a riprova che nulla va perso, nessuna parte di noi e che in fondo noi stessi siamo dotati almeno di quattro dimensioni, insomma non siamo solo noi nello spazio, ma noi nel tempo, iper-noi, e non si puo’ dunque dire ragionevolmente ‘Siamo stati’ oppure ‘Tu sarai’, se non relativamente alla pagina che stiamo leggendo, ma piuttosto ‘Io sono’, come del resto la storia di un romanzo c’e’ gia’ tutta ora che acquistiamo il volume e ci sara’ stata prima ancora di leggerne l’ultima frase. In altre parole, alla ricerca del proprio tempo perduto,  Madeleine (o si dice Mademoiselle?) Miry collega il tramonto di sangue lungo il metatarso ferito al rosso di quella misteriosa massa gelatinosa che il precettore agitava nell’ampolla e il movimento dell’ampolla a quello delle onde agitate dal vento che le sbattono il sale in faccia appiccicandola alla notte che sta per arrivare e infine collega quella spiacevole sensazione al blob colloidale che, scosso dalle sapienti dita ossute del professore, si scioglieva autoproclamandosi miracolo.

Ricorda, Miry, mentre quasi non e’ piu’ in grado di distinguere i contorni dalla sostanza delle cose e dunque si prepara alla prima notte da naufraga, ricorda che allora non le interessava affatto che ci fosse una ragione scientifica a motivo di quel prodigio e che preferiva indugiare nel fantastico e credere che quello fosse un ciottolo di ruggine trasformatosi in sangue, sugo, ketch-up, qualsiasi cosa avesse potuto pensare che fosse, in barba alla fisica, alla chimica e alla stessa ragione. In fondo che male poteva farle credere a una menzogna, spesso la bugia si traveste di verita’ ma e’ anche vero il contrario, se e’ vero che perfino drammaturgo e attore raccontano il mondo reale atteaverso una assoluta finzione. Alla fine, se si tratta di usare le parole giuste per le orecchie in ascolto, o i cuori in ascolto, Ergo, pensa Miry, Quella magari e’ davvero una mangrovia, o una quercia, ma se fosse mio padre e i miei occhi non lo vedessero e il mio cuore non lo riconoscesse, l’unica possibilita’ di incontrarlo sarebbe lasciarmi ingannare a fin di bene dal finto miracolo del tramonto, credere ad una allucinazione, alla volonta’ o necessita’ stessa di credere, accettare una bugia per raccoglire infine una verita’, fosse anche in fondo al mare.

Miry si tuffa, dall’altra parte un uomo fa lo stesso, entrambi iniziano a nuotarsi incontro. E’ un atto di fede.

Intanto sulla terraferma un indigeno, lo abbiamo battezzato Calibano, le presine di foglia di cocco in mano, alle spalle il fuoco su cui sta preparando la cena, Non sia mai che arrivino ospiti!, assiste alla scena e incredulo, senza nemmeno avere la forza di urlare ai naufraghi, li osserva nuotare l’uno incontro all’altra senza quasi alzare la testa per prendere aria e nessun altro pensiero puo’ attraversargli la testa, ovviamente nel suo arcaico e incontaminato idioma nativo, se non:

‘Ma quei due…Che cazzo fanno?’

 

IX. THE SUPERVISOR

supervisore s. m. e agg. [dall’ingl. supervisor, propr. «sovrintendente»]. – chi sovrintende alla realizzazione di un’opera in genere, controllando e revisionando il lavoro altrui.

Parte prima – Contadino di mare

Nessun uomo e’ solo, nemmeno su un’isola. Sarebbe in effetti piu’ facile esserlo in un centro commerciale, in una chiesa, una sagra, un comizio. Sarebbe piu’ facile esserlo dialogando tra sordi. Su un’isola si e’ costretti ad ascoltarsi, poiche’ il distacco e’ permanente, come non e’ rinviabile l’incontro, poiche’ non ce n’e’ occasione. Non c’e’ occasione di perdersi e assordarsi di parole che altro non sono che forme, vuoti fumetti di cristallo, belli fuori e assenti dentro. Calibano vive di assenza e per questo non si sente mai solo. Ma non e’ sempre stato cosi’.

Appena oltre il profilo delle dune che si specchiano, pari di forma e in potenza, nei cavalloni che assediano l’isola, esiste un mondo simile al nostro, per certi versi risibile, se non fosse che, a guardarlo con occhi candidi di fumetto – leggeri poiche’ senza pregiudizi, sgombri e dunque in grado di accogliere -, il riso piegherebbe all’amaro, un po’ come le risate di fronte alle sventure di Fantozzi si trasformano a volte in un sorriso obliquo prima, in un mutismo dubbioso dopo, quando una parte di noi si riconosce e rispecchia in quegli inciampi, come dune nelle onde appunto, mentre in mezzo si frappone soltanto una sottile striscia d’isola, un barlume di coscienza che ci permette di distinguere le cose tra loro e noi da esse.

Oltre quelle dune e oltre il declivio che segue, oltre il mare dall’altra parte dell’isola e tre settimane di navigazione incerta su legni mal sbozzati, c’e’ un’altra terra, ci sono persone, affari e case – in verita’ indigeni, baratto e capanne – ove dinamiche ineludibili dimostrano come gli uomini/le donne – manteniamo sempre il nostro ossequio a tutte le figliesse, si veda la Quinta Puntata [Ndr] – riproducono nella loro convivenza i medesimi schemi senza tempo, che li rendono simili a noi per quella stessa parte che rende noi simili a ogni possibile futura discendenza. E in quel mondo simile al nostro, Calibano era a suo modo re, non come l’orbo che e’ principe in una landa di ciechi, ne’ perche’ effettivamente blasonato, bensi’ re d’incanto e poesia, nobile dentro, per cosi’ dire, per quanto mediocre fosse la sua condizione e innocentemente inconsapevole il suo sguardo offerto al mondo e al prossimo.

Capita infatti che Calibano lavorasse in quello che i suoi simili – forse stanchi di attendere i frutti concessi da Madre Natura o altra dea o personificazione affine e incuriositi da come uno scarto di pianta lasciato marcire alla pioggia generasse una progenie del tutto simile, insomma sorpresi di come l’azione che avrebbero poi chiamato seminare producesse cio’ che i posteri, con un vocabolario piu’ robusto, avrebbero chiamato raccolto e, ahime’, successivamente anche prodotto e alcuni (quelli piu’ sospettosi) surplus -, capita, si diceva,  che Calibano lavorasse in quello che i suoi simili, con slancio ardito di fantasia, avevano battezzato campo, intendendo con la medesima parola la distesa mal disboscata davanti al villaggio, la radura in mezzo alla foresta e i rettangoli fronte-capanne che chiamare coltivazione e’ dir troppo e definire discarica dei resti vegetali dei pasti troppo poco.

Capita dunque che il nobile Calibano cosi’ prestasse il suo sudore e cosi’ contribuisse alla prosperita’ del villaggio. Un proto-coltivatore-diretto su un’isola in mezzo all’oceano. Insomma, un contadino di mare.

 Parte seconda – Ubi, maior? (Il capo)

Erano belli i tempi passati, borbotta Calibano uscendo dalla sua capanna, Belli anzicheno i tempi senza orario, quelli in cui a regolare veglia e sonno erano invero ora la luce, ora il manto di stelle, non certo il raglio d’asino, nemmeno lo starnazzare d’oche insonni, pensa affrettandosi nella polvere verso il campo, Vorrei sapere chi diavolo ha bisogno di codesta tecnologia, animalidacortile li chiamano, altri bio-sveglia, e pensa, Sarei in effetti in grado di dar cura al campo comune con pari profitto, indipendentemente dall’orario di lavoro, lasciando che la sola luce o il giusto termine del mio riposo fossero segno naturale del mio levarmi; non verrei per questo meno al mio dovere verso la comunita’ e insieme verso me stesso! Certamente in futuro le genti declineranno il lavoro e il suo tempo sulla base di esigenze naturali, non di sciocche convenzioni orarie, sancisce Calibano, Del resto il futuro distinguera’ tra sviluppo e progresso e non potra’ che rimettere al centro di tutto l’uomo, questo rimugina Calibano mentre, raggiunto il campo e salutati alcuni zelanti colleghi gia’ curvi sul fango lasciato dal recente temporale, afferra dalla grossa ciotola una ricca manciata di semi. Del resto sono, i suoi pensieri, quelli di chi subisce e non reagisce non perche’ coglione, ma perche’ da coglioni sarebbe agire d’impulso, oppure per vie traverse e di vie traverse qui non ve ne sono, solo canali rettilinei in cui affondare i piedi e zitti, che tanto tutto e’ deciso e l’unica alternativa e’ morire di fame da qualcha altra parte.

Capita infatti che il campo appartenga alla comunita’ e sia compito dei figli maschi primogeniti di ogni famiglia, in squdre a rotazione, seguirne il lavoro. Formalmente non esistono gerarchie, ne’ specifiche competenze, tutti fanno tutto e medesimo e’ il guadagno, o per lo meno cosi’ si sussurra. Primus inter pares, l’anziano del villaggio, un uomo che nella sua vita ha avuto sostanzialmente due meriti: essere il figlio dell’anziano precedente e non avere alcuna qualita’ che lo renda idoneo ad un altro impiego. Cosi’, incapace di comprendere le cose nel loro svolgersi e compiersi, relegato a un ruolo di tramite tra i membri della comunita’, e’ diventato quello che oggi chiameremmo capo-ufficio. Non e’ un cattivo uomo, generalmente tranquillo, salvo quando scorge all’improvviso la propria ombra dietro di se’, quella proprio non la sopporta, del resto chi non avrebbe paura della propria ombra, cosi’ scura e subdola?

E come ogni sedia malferma necessita di una zeppa, cosi’ lui necessita di un appoggio, qualcuno o qualcosa che in qualche modo compensi la sua insicurezza, la sensazione che gli uomini gli sfuggano di mano e che tale sommovimento pregiudichi la propria autorita’ di fronte al resto del villaggio. Insomma un supervisor.

 

Parte terza – Il supervisor

Oggi lo definiremmo cane da riporto, alter ego, uomo dello specchio (non per limpidezza, ma in riferimento all’abitudine a riflettere e riferire). E’ quello che piange piu’ di tutti e ne ha meno ragioni. Si tratta di una figura la cui principale dote consiste nel non averne, il che da un lato conforta chi lo investe di poteri e funzioni – dal momento che non ravvede in lui un potenziale pericolo o rivale -, dall’altro si presta a farsi facilmente lusingare con un non ben definito ruolo di leadership – si direbbe in pectore, se solo sapesse cosa significa -, cosa che in qualche modo attenua la sua propensione alla polemica e, sulla scorta di un amor proprio cosi’ a poco prezzo gonfiato, magari abbaia e polemizza, ma torna ad ogni occasione a mangiare dalle mani del padrone. Tra i propri pochi colori annovera il grigio dell’invidia, la schizofrenia del Calimero, il complesso di essere sempre in credito rispetto al mondo, e grazie a tale semplice leva diventa un agile strumento, il terminale delle briglie a cui sono legati gli altri muli da soma. Tra i quali Calibano.

Parte quarta – La canzone del perdente

Calibano, nobile e poeta, parla con parole nuove, non perche’ non voglia farsi capire, ma semplicemente perche’ sempre qualche metro avanti e dunque, necessariamente, fuori luogo in modo cronico. Incapace di adeguarsi con profitto poiche’ incorruttibile, sfoga il disgusto a modo suo e, cosa non troppo diffusa tra i suoi simili, pensa, dunque perde, dunque scrive.

 Ai margini del campo – o dell’ufficio? -,

 a testa bassa dentro il fango asciutto

 all’apparenza fragile e distrutto,

 spezzato di lavoro, c’e’ Vinicio.

 Vicario dell’anziano del villaggio,

 non getta semi in terra come gli altri,

 ma come tutti gli uomini piu’ scaltri

 sa come trarre il massimo vantaggio

 dall’arte del vestire i panni semplici

 del mite che rifiuta liti e guerra.

 Ma il nero sul suo volto non e’ terra,

 poiche’ se afferma ‘Siamo tutti identici’,

 coi fatti spaccia il falso per il vero:

 si sporca il viso ad arte con la pece

 cosi’ che, non udito, al capo dice:

 ‘Di tutti sono quello che e’ piu’ nero!’.

 Non si comprende quale sia il lavoro,

 che cosa faccia, pero’ a giudicare

 da quanto sbuffa e impreca ha il suo daffare!.

 Forse e’ per questo che per tutto l’ oro

 del mondo non si degna di aiutare

 colleghi che da tanto son sommersi

 di fango e di lavoro, sembran persi!,

 ed anzi resta a lato a lamentare

 ora che il sole e’ troppo forte o acceso,

 or che stormir di bosco e’ fastidioso,

 or che e’ schiacciato da dover di sposo

 e figli e moglie in pratica l’han reso

 soltanto l’ombra di quello che era.

 Per questo non aiuta ed anzi chiede,

 per questo non aiuta quei che vede

 e sempre e’ il primo ad andar via, la sera.

 Per tutto questo e’ stato scelto infine:

 perche’ non prende parti, ne’ difese,

 guarda soltanto al soldo a fine mese,

 e prossimo al suo naso sta il confine

 di tutti i suoi interessi.

 Finge litigi con i superiori

 per simular di non aver favori,

 ma gatto e volpe in fondo son gli stessi!

 Cosi’ gli vien concesso cio’ che chiede:

 promosso supervisor dei suoi pari,

 stagno di fango in mezzo ad altri mari,

 gia’ gongola in disparte e zitto siede

 nel suo cantuccio a simular fatica.

 E gli altri che faticano davvero:

 ‘Ma il supervisor,  non capisco mica

 che cosa cazzo super-vede, invero?’

 

X. LOSSODROMIA QUOTIDIANA/1  (piu’ volte al giorno, anche fuori pasto)

Per procedere in linea retta in un mare in tempesta e’ necessario andare storti. Per questo non si sono trovati, l’uomo convinto che, individuato l’obiettivo e calcolate traiettoria e distanza, conseguire lo scopo sia solo una questione di forza e resistenza, poiche’ la volonta’ piega gli eventi al desiderio e controllare la realta’ e’ implicito nella stessa pulsione a  raggiungere il fine; la donna, dal canto suo, sempre in ragione di determinazioni che trascendono qualsiasi logica verbale o culturale politicamente corrette, incapace di accettare che la realta’ circostante non si possa che conformare sempre alle sue attese, spalancandole innanzi – oh, galanteria del mondo intero! – qualsiasi porta,  in ogni situazione, cedendo il passo all’incedere di ogni regina, squartando e violando le stesse pieghe dei fatti, dello spazio-tempo, perfino della ragione. Insomma, tratti per ragionamenti opposti al medesimo esito, vittime dei reciproci covincimenti o semplicemente della propria natura, non si sono trovati, la bocca piena d’acqua salata eppure ancora in grado di respirare, padre e figlia che un tempo faticavano a trovarsi non solo tra le molreplici stanze del Palazzo, ma anche al medesimo tavolo, durante le cene silenziose color rimpianto, mentre sbucavano dall’ocra e dal buio come in un quadro di Caravaggio, a testa bassa e senza far rumore anche quando capitava di masticare tranci piu’ ostici, potrebbero forse trovarsi adesso tra onde alte mezzo metro sopra lo sguardo, pur se i pesci pietosi lanciassero qualche muto suggerimento?

Eppure proprio a tavola, vegliati da immobili valletti la cui presenza poteva essere rivelata solo da improvvisi bagliori provenienti dal camino, al punto di potersi di fatto definirsi soli, poiche’ la discrezione della servitu’ supera l’invisibilita’ e sublima quasi nella non esistenza, se solo avessero lasciato cadere ogni recriminazione, Tua madre e’ morta perche’  non hai mai onorato il tuo ruolo, accettando di sposarti e abbandonando un’esistenza votata alla misera soddisfazione di un compulsivo desiderio di shopping e mondanita’, rimbrotto bilanciato dall’altrettanta vacua tesi per la quale Mamma e’ morta perche’ non hai mai rinunciato alla tua foga di conquistatore di terre e di donne, proprio a tavola avrebbero dovuto piu’ facilmente ritrovarsi per due ragioni parimenti fondate.

La prima e’ che mangiare e’ altro che nutrirsi e, nonostante il berciare di coloro che sostengono che in bocca e nello stomaco tutti i cibi si confondono, vale la pena di slalomare attraverso i lunghi periodi attraverso i quali l’autore ama attrarre solo i lettori piu’ interessati al confronto di idee, per arrivare infine a comprendere che stare a tavola e’ insieme gusto, estetica, misura, confronto, convivio, arte e che dunque, coinvolgendo cosi’ tanti aspetti dell’essere umano, e’ il migliore indicatore della personalita’, cosicche’ ogni complesso non puo’ che tradursi in un cattivo rapporto col cibo, dai vizi o le cattive abitudini non corrette in tenera eta’ ai capricci che anche gli adulti esprimono punendo se stessi e stigmatizzando il proprio disagio nel mondo, riversando tutti i propri limiti sulla cucina e trovando nella sua mortificazione una sterile rivalsa. Eppure, cambiando punto di vista, procedendo dal cibo alla mente e accettando di spogliarsi di ogni pregiudizio, acquisendo un piu’ curioso approccio, riscoprendo quella meraviglia che Aristotele stesso definiva la molla del conoscere, ecco che lo stare a tavola con maggiore disponibilita’ puo’ aprire i cuori, e ritrovare affinita’ inattese.

Ma ammettendo che Max e Miry non godessero di tale apertura mentale, si potrebbe sempre fare appello alla seconda ragione sopra menzionata, quella cioe’ che afferma che la linea che la forchetta segue per portare il boccone tra i denti e’ ineluttabilmente retta e cio’ dovrebbe in qualche modo riflettere tanto l’attitudine alla volonta’ di potenza del padre, quanto la presunzione di adeguamento automatico del reale alla persona covato dalla figlia, col risultato che, per vie diverse e diverse forme mentali, sarebbe in loro dovuto sorgere il sospetto di non essere cosi’ diversi, che nessuna ragione non puo’ prevalere a priori e in ultimo che non e’ possibile valutare i fini sulla base delle diverse vie per raggiungerli, cosa di cui si ha triste ma chiaro esempio nell’agone politico italiota, dove idee condivise nel cuore sono al contrario contestate nelle parole perche’ perseguite mediante ragionamenti distinti.

E cosi’, insistendo a piegare le idee alle ideologie anziche’ costruire con le prime le seconde, continuando a perseguire il proprio modo senza lasciar prevalere il buon senso e l’interesse comune – cioe’ trovarsi e insieme salvarsi raggiungendo la riva -, un intero Paese, rappresentati qui da padre e figlia, si agita tra i flutti rischiando di annegare poiche’, anche se non lo ammettono, quei due sarebbero pronti ad annegare pur di non darsi ragione. Ma gli italiani hanno spesso avuto grande culo. A volte cercando le Indie si puo’ scoprire un nuovo continente.

Forse si salveranno anche questa volta, in fondo il prezzo e’ solo la mediocrita’ di un naufragio e di un timoniere arrogante.

 

XI. LOSSODROMIA QUOTIDIANA/2  (posologia libera, nessuna controindicazione)

Il primo a mettere piede sull’isola e’ Max. Piede e’ in effetti una parola grossa, piu’ propriamente si tratta di un profilo straziato da ciottoli e alghe; l’uomo piu’ che approdare e’ spiaggiato privo di sensi e quando tra poco riprendera’ conoscenza, lo fara’ con un boccone di sabbia impastata che gli fischia tra i denti e nelle orecchie il ritmo cadenzato di onde tranquille, che quasi non si potrebbe credere che oltre la barriera si agiti ancora l’inferno liquido della tempesta.

E’ giunto per vie traverse, a riva. Colpa del mare, colpa del fatto che, nella vita, la via piu’ rapida per raggiungere un punto e’ spesso uno zigzagare di tratti scomposti, altre volte una spirale disordinata come una molla tirata a lasciata subito andare in un lamento di mi cantino, incapace di ridarsi simmetria; nel migliore dei casi, una parabola o comunque una linea curva, come un volo d’aereo perso nell’inganno della sfera. Da A a B, o al massimo qualche lettera in piu’ – se ci e’ concesso -, esiste insomma una vasta gamma di semitoni, mezze lettere, fonemi, singhiozzi coi quali scrivere parole nascoste, sottotesti. Da un giorno al successivo, da un evento a un altro, tra l’intenzione e il suo compimento c’e’ sempre un arcobaleno che, sebbene sfumato in grigi infiniti, non e’ necessariamente un digradare coerente di toni dal piu’ scuro al piu’ chiaro – o viceversa – ma piuttosto un salto tra dimensioni, una ricerca tra le pagine di libri posti su diversi scaffali, piu’ spesso collocati in diverse stanze.

Max si sta riavendo, un granchio affezionato lo ha seguito dal suo primo approdo sullo scoglio oltre la barriera, nascosto tra le pieghe umide di una tasca e adesso, dopo essere saltato fuori, si stira sul bagnasciuga lasciando roteare gli occhi buttati al cielo come piccoli periscopi bui. Raggiunge svelto la riva asciutta, si ripulisce le zampe e sparisce verso la poca vegetazione coraggiosa e spelacchiata che la circonda. Ovviamente, anche lui zigzagando, non sia mai che l’istinto animale, sovente piu’ efficace della ragione, non sappia riconoscere la strada piu’ breve, cioe’ non necessariamente quella piu’ corta, bensi’ quella che permette di conseguire nel miglior modo le proprie aspirazioni. Nel caso, un riparo dal sole, da guadagnare ingannando la brama di qualche predatore.

Max fatica ad aprire gli occhi, ha l’impressione di avere due macigni sulle palpebre e un altro che gli grava sulle labbra. Nemmeno il pensiero e’ fluido, tutto scorre ad una velocita’ incoerente, cosi’ che lampi di idee apparentemente scollegate si fondono in un principio di ragionamento, innanzandosi alla soglia della coscienza come il guizzo di una fontana colorata, per poi precipitare nel buio, attratte dalla gravira’ di un corpo immobile, pesante, come morto. Vive, Max, la medesima esperienza che capita a chi, stanco nel corpo, fatichi ad addormentarsi cosi’ che, una volta che il fisico si abbandona e ogni messaggio tra il cervello e la periferia e’ interrotto, la mente conserva un barlume di coscienza ma, incapace di dettare ordini alla materia, non riesce piu’ a controllare la persona: gli arti sembrano non esistre, la sensazione di paralisi invade lo spirito in brevi attimi di terrore che prosaicamente si possono definire eterni, finche’ il livello di coscienza, portato oltre la soglia del torpore da un sussulto di adrenalina, restituisce alla mente il pieno controllo.

Max e’ ben sotto tale soglia, i suoi occhi chiusi ammirano lampi di colore casuali, allucinazioni di un cervello che, non vedendo, immagina – potenza dell’auto-inganno – e ricorda, rielabora. Come sono arrivato qui?, si domanda Max e la risposta, per chi non conoscesse il suo passato, potrebbe essere costruita attingendo da un’infinita e fantasiosa, arbitraria casistica di eventi, correlati da ragionevoli vincoli di causa ed effetto cosi’ come, a posteriori, e’ sempre possibile immagiare come fatti e condizioni si siano concatenati per produrre necessariamente quello che chiamiamo presente. Che poi sarebbe come giustificare una pozzanghera con la pioggia.

Esiste una ragione differente, che si costruisce attraverso passaggi inattesi, scie di eventi che trascendono vincoli razionali e tuttavia disegnano percorsi possibili, dunque accettabili perfino dalla ragione, poiche’ infine reali. E’ questa una ragione di pari dignita’ che tuttavia i limiti delle tre dimensioni ci inducono a chiamare ‘un futuro scarsamente logico’. Se solo  potessimo chiamarci fuori dal tempo, considerare ogni passato e futuro come stanze della medesima casa, non ci stupirebbe notare come possibilita’ di esiti e i relativi passaggi, corridoi come circostanze, si incastrino in modo estremamente piu’ semplice di come vorrebbe la nostra logica. Al punto che se chiedeste a Max ‘Come sei arrivato qui?’, non sarebbe cosi’ sicuro di incolpare la tempesta che ha mandato in pezzi le navi su cui era stato rapito insieme alla figlia dagli usurpatori del suo trono che erano giunti a Milano con la complicita’ di traditori animati dall’odio verso un monarca distante dal suo popolo o solo dalla bramosia di potere, Che mio padre alla fiera compro’…, verrebbe voglia di canticchiare, non fosse che la vita non e’ un canone e la pozzanghera potrebbe non necessariamente essere lo specchio di un temporale, bensi’ la perdita di una tubatura ma la cosa piu’ importante resta come quell’acqua e’ arrivata li’, non da dove. E la risposta e’ nella traiettoria ubriaca di un granchio.

 

XII. LATOMIE DI SABBIA (il risveglio)

Una falafel 100% vegana, una polpetta di sabbia che si sfarina in bocca ma poi si ricompatta subito in gola, dove solo un idrau-liqid-coca-cola e’ in grado di sgorgare il groppo e salvarti dall’asfissia, questo si sente dentro Max che, Ancora un granello di sabbia e soffoco, pensa o meglio sarebbe dire sogna, dal momento che la sua coscienza e’ ancora subacquea, intorpidita e semi-liquida, dunque senza forma e capace di adeguarsi alle sole suggestioni ruvide e umide della battigia, al gorgoglio della schiuma nelle orecchie, al malloppo pesante dei vestiti inzuppati che iniziano a stringere un po’ ovunque, ma senza avere la lucidita’ di compiere quel piccolo balzo necessario per tornare in vita. E aprire gli occhi.

Allora resta sotto il pelo dell’acqua, la luce da fuori e’ solo immaginata e la sua consapevolezza e’ paragonabile alla percezione distorta che si ha, da dietro un vetro smerigliato, delle ombre che si muovono oltre, e’ insomma assimilabile alla conoscenza profana, parziale, tutta da iniziare attraverso il rito dello sbadiglio e del risveglio.

Del resto, perche’ svegliarsi? Quella che gli si presenta e’ la splendida occasione di uscire di scena in silenzio, senza soffrire. Basterebbe uno scherzo di alta marea, un torrente di sale che entri in uno, due respiri profondi, allargandosi in gola e oltre, permeando i polmoni, gonfiando gli alveoli con la dolcezza di un’anestesia. Al terzo respiro inizierebbe a gorgogliare, magari si concederebbe uno spasmo inconsapevole, certo non potrebbe perdere i sensi che gia’ non possiede, la sua sarebbe una sotto-morte, perderebbe casomai il subconscio che si spegnerebbe come un televisore di vecchia generazione, quelli che quando si addormentano comprimono l’immagine in un unico punto fosforescente al centro dello schermo, un’aureola verdognola che resiste qualche secondo e poi sparisce, buonanotte, c’est tout finit.

Perche’ dunque svegliarsi, quali altre occasioni avrei per scomparire cosi’ dolcemente? In fondo, qualcosa di decente l’ho fatto, in vita mia, non ultima la mia Miry che si’, forse non avrei dovuto concederle ogni cosa trasformandola in una chimera cartadicreditofaga, un mostro di compulsivita’ transazionale a mezzo pos, ma che rimane pur sempre un essere a cui resta un sufficiente numero di sistoli e starnuti, inciampi e solitudini, per uscire prima o poi dal bozzolo e trovare la sua personale, minima, bastante dikayosune – intesa non tanto come giustizia in astratto, quanto piuttosto come azione che giustifica ontologicamente, poiche’ cio’ che da’ significato necessariamente e’ riflesso e testimonianza di qualcosa di giusto -, cosi’ che alla fine, dieci giorni, anni o decadi dopo, potra’ anche a lei apparire maggiormente sopportabile cadere nel destino comune dell’oblio, senza troppa disperazione o almeno potendosi aggrappare ad una consolatoria illusione, proprio in virtu’ di un unico, piccolo atto di gloria, un dono di bene lasciato al mondo, come un seme i cui frutti saranno colti da perfetti sconosciuti, ma tanto basta: questo e’ il gioco.

Perche’ dunque svegliarsi?, borbotta Max, non troppo convinto di stare parlando davvero della morte, quella che si esorcizza ora con la croce, ora col feticcio incappucciato, tristo mietitore carnevalesco e umiliato dei Monty Python, ora semplicemente confondendola con la fine corporea, o dando per scontato un dopo, oppure semplicemente non volendoci, potendoci o, Deo gratia – quale divino segno di stima amore e considerazione! – sapendoci meditare sopra.

Allora di cosa si sta parlando, mare di merda e freddo tra i coglioni che se continua ancora un po’ cosi’ mi sveglio davvero incazzato e con la pleurite, di che si sta parlando? Non del quando sia maggiormente degno morire, quella e’ una digressione, un vicolo cieco, Subconscio del cazzo!, pensa Max, Confonde le carte e quando ti svegli credi di esserti scordato tutto e invece continui a ragionare come ha iniziato lui e il termine del ragionamento e’ un’illusione, una scoreggia di arroganza.

E allora si’, bisogna effettivamente convincersi che valga sempre la pena gettare un poco di bene in giro, cosicche’ si confonda con quello dato al vento da perfetti sconosciuti, poi con quello di altri ancora, fino a che tutte quelle intenzioni cosi’ aggregate raggiungano una massa critica e cadano prepotentemente nel bel mezzo di qualche epoca magari lontana, dove qualcuno nato per trovarsi in quel preciso luogo e preciso istante sappia tradurre in atto le infinite potenzialita’ di quella semina.

E no, forse non si esaurisce in un singolo atto ben riuscito il coagulo dei nostri giorni – sarebbe quanto meno pretenzioso -, ma forse questa e’ la parte stanca del subconscio inumidito e prossimo al corto circuito, la meta’ indecisa se dirci o non dirci le cose che non vogliamo sentire. Ad esempio, la doppia natura – l’una profana, l’altra mistica – di ogni nostra azione, ora come singoli, ora come gruppi, ora come intere Nazioni. Ma non dipende interamente da noi, questo salto, anzi affatto, tanto che ai piu’ e’ concesso sapere nella sola misura, non necessariamente insignificante, del proprio ragionanento e, ove questo non basti, del proprio intuito, cosicche’ non resta, a chi vuole sapere oltre, dire, Eccomi, vienimi a chiamare, ho bisogno di conoscere.

No, cioe’ si’, o almeno credo…., pensa Max,…Non mi voglio svegliare oggi come non l’ho voluto fare allora, ma non pare convinto, la sua e’ la vertigine dell’ignoto, ma intanto e’ gia’ sveglio – dunque che vuole, realmente? -. Con il resto delle forze che il mare non gli ha strappato si e’ titato su, adesso e’ inginocchiato con le mani aperte che affondano nel mare solido della riva, guarda in alto con gli occhi feriti da un sole-all-improvviso, cosi’ stanco che nemmeno puo’ far seguire allo spavento uno scatto all’indietro.

La faccia larga e lombrosianamente paciosa di Calibano, nera di natura e controluce, lo sovrasta con quello che ricorda lontanamente un sorriso ignaro, oggi e sempre, di dentisti e rimedi ortodontici.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...