3×4

Posto un mio racconto che ha recentemente ricevuto una menzione dalla Giuria della IV ed. del Concorso Letterario Nazionale ‘Rosso d’Inverno’ di Dosson, Treviso. Buona lettura.  Mr20180227_191348-1.jpg

3×4

GIORNO I

Certo che se dopo non c’è niente, è davvero una fregatura. No, non si addice proprio, questa frase, a Maria. A lei che Siete andati a messa?, mentre noi avevamo già la testa in spiaggia e che sì, Magari facciamo un salto alla funzione delle 18, o eravamo già andati a quella del sabato sera, giusto prima di cena, è più breve, c’è meno gente e poi fa quasi piacere ascoltare il prete, al fresco di  quella chiesetta antica, dicono risalga all’anno mille e insomma pare di stare dentro a un film: le volte basse, la mezza luce obliqua che filtra da fuori, i muri spessi, una quiete di pietra che quasi potresti crederci, che là in alto ma non troppo, da qualche parte, ci debba essere, un paradiso. No, non si addice a Maria, questa boutade. Non al suo spirito di domina, matriarca che teneva al guinzaglio noi nipoti con sole briglie d’amore. Me la ricordo carica di borse della spesa, sotto rugiade di sudore, No, caro, non ho bisogno di aiuto, vai a fare il bagno, oggi c’è un’acqua splendida…Basta che all’una precisa siate a casa per pranzo. Me la ricordo Prega, tesoro, prega…, sempre solidamente ancorata al quotidiano e al contempo rivolta con tutta se stessa a un divenire certo e ampio, un altrove che abbracciasse i suoi ricordi, antiche voci e insieme ogni possibile speranza di rincontrarsi: un giardino dove ancora una volta ci avrebbe atteso, con meno borse e, se possibile, ancora più pazienza. Certo, quel piccolo ritaglio di foto, tre centimetri per quattro racchiusi in una cornice in miniatura di finto argento ingiallito, racconta un’altra storia, forse addirittura un’altra persona. Ma gli scatti rubati raccolgono la malinconia della gente, forse in quel momento era solo sovrappensiero. Quindi faccio finta di niente, la sfioro con gli occhi ed esco. Occhi bassi, il più delle volte. Prima o poi, dovremo affrontare la questione. Se non fai il bravo, ti vengo a trovare e ti faccio prendere un bello spavento!, mi aveva bonariamente promesso, una volta. Nonna, io il bravo lo farei anche, ma vallo a dire a Corso Gastaldi alle otto di mattina, o su inferni di autobus che grondano miseria, incazzatura, odori più consoni al rientro vespertino che all’antimeridiana campanella. Amen. Ma tant’è, la realtà ci viene addosso a muso duro proprio quando stiamo facendo le cose giuste e dunque qualche demone ha deciso di buttarci fuori strada, rallentarci con ogni sorta di rimescolìo di pancia, intolleranze, insofferenze, antipatie, provocazioni, sguardi cattivi, posti non ceduti, Scusi scende alla prossima? E allora si levi dalle palle, fatto sta che a volte, come oggi, riesco a vedere solo il brutto delle cose. E delle persone. In fondo, degli altri non sopportiamo quello che non accettiamo di noi. Allora dev’essere che mi sto decisamente sullo stomaco. Non c’è altra spiegazione. Allungo il braccio in contro al diciassette, almeno lì sopra non c’è questo vento. Oggi non sopporto nemmeno quello.

GIORNO XV

Maronna mia, che ghiaccia stamatìna, / fa cussì friddu che pur anco gli Angioli / si stringono negli angoli / lordi di piscio et acqua di sentina / a tepidarsi l’ale / e chilli che nun hanno fatto cito / s’abbloccano cumme statue di sale / che l’ummido ha scolpito / a guisa di granito Ecco, il vantaggio di essere profondamente insoddisfatti è che può capitare, anziché rifugiarsi nell’abbruttimento e nel cinismo o peggio in qualche forma di violenza o autolesionismo, di buttarla in versi, gramelot e settenari. Che poi è un po’ come sparare a salve, a terra alla fine resta soltanto l’umore, con intorno la sua bella striscia bianca da film poliziesco. Come negli episodi della Signora Fletcher che le piacevano tanto. Rido, ammicco. Ma lei non sembra apprezzare troppo, l’ironia o le metafore modernizzanti, dico: è uno spirito pragmatico dall’estetica decisamente classica. Humor caldo, semplice, non certo quello cool, di testa, alla Woody Allen per capirci. Mi sembra di risentirla, Sei proprio ascemelato!, come quando la facevo ridere ma quasi si vergognava a scomporsi di fronte a una sparata sciocca. Da un po’ di tempo ho preso l’abitudine di salutarla, prima di uscire di casa. Prima non ci riuscivo, mi imponevo inconsciamente di considerarla solo un soprammobile, quella cornice in miniatura, non so se per malinconia o per un generico senso di colpa. In fondo un nipote, uno come me per lo meno, se non l’ha fatta la sta studiando, anche dopo gli anta. Va bene, confesso. Ora ti racconto tutto.

GIORNO CCLVII

Per chi non ne vuole, ce n’è sempre, pare che dica (lo diceva spesso) e questa mattina mi fa pure un mezzo sorriso, quella briciola di foto. O più probabilmente oggi ho deciso di concedermi all’ottimismo, sarà che è venerdì, proprio vero che le cose il più delle volte sono come le vogliamo vedere, nel bene o nel male. In ogni caso, come darle torto? Senza dubbio è così (spazzolino, deodorante), cioè che nell’acqua che non vuoi bere ci anneghi (gel, caffè…), nel mio piccolo lo so bene anch’io, non lo dico per darmi un tono, in fin dei conti sono io che mi trovo da anni, tutti i giorni alla stessa fermata, più o meno lo stesso ufficio, lo stesso bar buoni pasto panini cartongesso (orologio, scarpe…), alla fine uno si convince che sia tutta una prova da superare, tappati il naso e trattieni il fiato, ti ripeti, prima o poi cambia (tracolla, chiavi. Ascensore). Vedrai, che prima o poi cambia. Di recente mi sono accorto che alla fine del mio venticinquesimo anno ne ho compiuti quarantasei. Non voglio dire che rinnego vent’anni della mia vita, semplicemente ho sempre creduto che anche il polistirolo da imballaggio abbia la sua importanza, se serve a proteggere qualcosa di prezioso; dunque vent’anni di polistirolo saranno ben serviti a qualcosa, anche a costo di annegarci dentro, si diceva. Il fatto è capire cosa ci sia di così prezioso per tollerare tutta questa quotidianità e una volta trovato, ding, prenotare la fermata. Scendere. E non salire più.

GIORNO I (ANCORA)

Matteo, cosa borbotti?, la voce di Livia rimbalza dalla cucina per i sessanta metri quadrati scarsi dell’appartamento. In effetti alle sette&trenta di mercolemattìna non sono troppo loquace, al più emetto suoni primordiali, anzi in generale fino alle otto&trenta di ogni giorno lavorativo tendo a pronunciare non più di qualche monosillabo, al massimo mi concedo un monologo interiore dalla sintassi elementare, brandelli di immagini, pensieri basici, operativi: vestiti, colazione, metropolitana, cose così. La verità però è che non mi sono messo a parlare da solo, adesso, ma con quella foto. Con regolarità e, almeno nella mia testa, abbandonandomi a un fitto (per quanto breve) dialogo. A volte mi sento un po’ scemo. A proposito, Per gli scemi non c’è nemmeno il paradiso, diceva spesso e aveva ragione: già ti sorpassano a destra troppi cretini, ogni giorno, capita a tutti, se poi non usi la testa sei del gatto, alla fine l’unico paradiso a cui puoi aspirare è quello che immagini precipitare obliquo dal rosone di una chiesetta dell’anno mille. Così, senza voler aspirare al paradiso, tanto meno a qualche sua forma tangibile in terra, inizi a prendere confidenza col purgatorio, senza far troppo caso se ti sporchi le scarpe: la perfezione, quella, non è di questo mondo. Col purgatorio, dicevo, e con la pietà che lo abita, pietà verso gli altri e dunque, necessariamente, verso di te, se è vero che quello che odiamo negli altri è proprio quanto abbiamo bisogno di perdonare a noi stessi, mentre quello che ci piace, ci piace perché o già lo abbiamo, o vorremmo averlo. Vero, nonna? Sì, ora sorride, decisamente. Devo aver detto qualcosa di giusto, del resto chi parla bene, pensa bene. E viceversa. In fondo, se non è la soluzione ad ogni fastidio, di certo non fa male un po’ di leggerezza. Non fa male ignorare il forte odore di spezie e frittura che emana dal cappotto dell’uomo seduto dietro di me, sul diciassette; o la pena che ispira il ragazzotto incravattato curvo sul suo compiacimento neo-aziendale; o quelli che mi assomigliano a tal punto, nella loro condizione  (o nella mia immaginazione), da risultarmi insopportabili. Cerco di fare il bravo, insomma, anche perché, Se non fai il bravo, ti vengo a trovare e ti faccio prendere un bello spavento!, mi aveva detto. Era solo una minaccia scherzosa, lo capisco, ma Dio sa quanto ora vorrei fosse stata una promessa, di più: un giuramento, perché davvero non riesco a sentirti, adesso, per quanto mi sforzi, per quanto ti guardi e ti sorrida, convinto che quello che mi torna indietro sia a sua volta un sorriso, discreto, appena accennato magari, ma decisamente un sorriso.

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